Fortapasc, ieri e oggi

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Ricordo bene cosa erano Napoli e la sua provincia negli anni ’80: le strade della città erano diventate il set di una sanguinaria guerra fra bande, i morti ammazzati si contavano a decine, la camorra mostrava senza remore il suo volto più violento. Ricordo ancora bene i rombi dei motori delle moto di grossa cilindrata sulle quali, a Barra come a Torre Annunziata, sfilavano in corteo i boss e gli affiliati di questo o quel clan armi in pugno. Ricordo bene il rumore dei colpi di pistola che sparavano all’impazzata, certi della loro totale impunità. E ricordo anche bene quando – allora ero poco più che quindicenne – lessi sui giornali dell’uccisione di Giancarlo Siani. Fu una notizia che scosse tutti, soprattutto quanti, come me, erano ormai abituati a leggere appassionati i pezzi di quel giovane cronista precario. Fu anche nel suo nome che poco dopo fondammo l’Associazione Studentesca Napoletana contro la Camorra, un impegno per il quale, insieme ad altri compagni, mi fu assegnata la scorta. Rivedere il film sulla sua storia, quindi, suscita in me un’emozione particolare. Così come emozionante è stato seguire l’approfondimento che, dopo la messa in onda, Raiuno ha dedicato alla vicenda di Giancarlo. Da un lato, la villa confiscata a Michele Zaza, da dove è andata in onda la diretta. Vedere Paolo Siani, insieme a tanti parenti di altre vittime di camorra, seduto sul terrazzo di una villa di un ex boss della camorra è stato bello, il segno tangibile che negli anni qualcosa è cambiato.
Dall’altra, però, c’erano i numeri impietosi snocciolati da Arnaldo Capezzuto, giovane cronista napoletano già minacciato dalla camorra: da gennaio ad agosto 2011 sono stati più di 140 i giornalisti italiani minacciati dai clan. Così come minacciati sono stati pure i ragazzi napoletani del Coordinamento dei Giornalisti Precari poco dopo aver avuto in uso una casa confiscata a un boss – oggi in carcere – dei Quartieri Spagnoli. Testimonianze che dicono che se è vero che non siamo più negli anni ’80, rispetto a quegli anni bui per Napoli, la Campania, e per l’Italia tutta ancora troppo poco è cambiato. E ancora troppo poco è cambiato a Torre Annunziata, malgrado il sindaco Starita sia convinto del contrario. È vero, forse oggi Torre non è Fortapasc, ma non è neppure l’Eden.
La sua sortita contro la messa in onda del film è stata intempestiva e, soprattutto, fuori luogo. La storia non va cancellata, ma ricordata: solo così si può provare a evitare che drammi come quello di Giancarlo o di Peppino Impastato possano ripetersi.

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Ricordo bene cosa erano Napoli e la sua provincia negli anni ’80: le strade della città erano diventate il set di una sanguinaria guerra fra bande, i morti ammazzati si contavano a decine, la camorra mostrava senza remore il suo volto più violento. Ricordo ancora bene i rombi dei motori delle moto di grossa cilindrata sulle quali, a Barra come a Torre Annunziata, sfilavano in corteo i boss e gli affiliati di questo o quel clan armi in pugno. Ricordo bene il rumore dei colpi di pistola che sparavano all’impazzata, certi della loro totale impunità. E ricordo anche bene quando – allora ero poco più che quindicenne – lessi sui giornali dell’uccisione di Giancarlo Siani. Fu una notizia che scosse tutti, soprattutto quanti, come me, erano ormai abituati a leggere appassionati i pezzi di quel giovane cronista precario. Fu anche nel suo nome che poco dopo fondammo l’Associazione Studentesca Napoletana contro la Camorra, un impegno per il quale, insieme ad altri compagni, mi fu assegnata la scorta. Rivedere il film sulla sua storia, quindi, suscita in me un’emozione particolare. Così come emozionante è stato seguire l’approfondimento che, dopo la messa in onda, Raiuno ha dedicato alla vicenda di Giancarlo. Da un lato, la villa confiscata a Michele Zaza, da dove è andata in onda la diretta. Vedere Paolo Siani, insieme a tanti parenti di altre vittime di camorra, seduto sul terrazzo di una villa di un ex boss della camorra è stato bello, il segno tangibile che negli anni qualcosa è cambiato.
Dall’altra, però, c’erano i numeri impietosi snocciolati da Arnaldo Capezzuto, giovane cronista napoletano già minacciato dalla camorra: da gennaio ad agosto 2011 sono stati più di 140 i giornalisti italiani minacciati dai clan. Così come minacciati sono stati pure i ragazzi napoletani del Coordinamento dei Giornalisti Precari poco dopo aver avuto in uso una casa confiscata a un boss – oggi in carcere – dei Quartieri Spagnoli. Testimonianze che dicono che se è vero che non siamo più negli anni ’80, rispetto a quegli anni bui per Napoli, la Campania, e per l’Italia tutta ancora troppo poco è cambiato. E ancora troppo poco è cambiato a Torre Annunziata, malgrado il sindaco Starita sia convinto del contrario. È vero, forse oggi Torre non è Fortapasc, ma non è neppure l’Eden.
La sua sortita contro la messa in onda del film è stata intempestiva e, soprattutto, fuori luogo. La storia non va cancellata, ma ricordata: solo così si può provare a evitare che drammi come quello di Giancarlo o di Peppino Impastato possano ripetersi.

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Dall’altra, però, c’erano i numeri impietosi snocciolati da Arnaldo Capezzuto, giovane cronista napoletano già minacciato dalla camorra: da gennaio ad agosto 2011 sono stati più di 140 i giornalisti italiani minacciati dai clan. Così come minacciati sono stati pure i ragazzi napoletani del Coordinamento dei Giornalisti Precari poco dopo aver avuto in uso una casa confiscata a un boss – oggi in carcere – dei Quartieri Spagnoli. Testimonianze che dicono che se è vero che non siamo più negli anni ’80, rispetto a quegli anni bui per Napoli, la Campania, e per l’Italia tutta ancora troppo poco è cambiato. E ancora troppo poco è cambiato a Torre Annunziata, malgrado il sindaco Starita sia convinto del contrario. È vero, forse oggi Torre non è Fortapasc, ma non è neppure l’Eden.
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